Don Remigio Musaragno - Costruttori di Pace

 

COSTRUTTORI DI PACE - Don Remigio Musaragno, che aiuta gli studenti stranieri in Italia

PREPARIAMOLI A TORNARE di ALBERTO BOBBIO - foto di Giancarlo Giuliani

Da 40 anni si batte perché gli universitari provenienti da Paesi del Terzo mondo rientrino, dopo la laurea, nel loro Paese. «Questo è vero aiuto allo sviluppo», dice. Ma adesso sono molto diminuiti, «e noi abbiamo una ricchezza in meno».

Sono pochi. Sono sempre di meno. E per lui sono una «ricchezza in via di estinzione». Don Remigio Musaragno quarant’anni fa ha inventato una forma anomala di cooperazione allo sviluppo: non volontari e professionisti che vanno nel Terzo mondo, ma studenti del Terzo mondo che vengono da noi a imparare: soggetti strategici del (loro) sviluppo.

Don Remigio ha inventato l’Ucsei, l’Unione cattolica studenti esteri in Italia, e il Centro Giovanni XXIII, una sorta di collegio romano dove possono vivere e studiare. In 40 anni sono passati dall’Ucsei 65 mila giovani, e circa 2 mila si sono laureati con l’aiuto di don Remigio, che oggi ha 74 anni e ritiene suoi figli i 150 che abitano al collegio: s’informa degli studi, si fa raccontare degli esami, controlla i libretti e conserva tutte le loro tesi di laurea. È soddisfatto, ma anche un po’ amareggiato: «Manca una politica sugli studenti stranieri. I Governi della Repubblica, nessuno escluso, non hanno mai saputo valorizzarli come soggetti di relazioni e di scambi culturali. Li hanno considerati sempre alla stregua degli immigrati. Invece sono studenti, come quelli italiani».

Oggi il numero degli studenti stranieri è ridottissimo: meno di ventimila, cioè meno dell’1 per cento degli studenti universitari. Vent’anni fa erano quasi il doppio. L’anno scorso, l’Università per stranieri di Perugia ha risparmiato un buon numero di borse di studio. Così i ponti costruiti in 40 anni da don Remigio rischiano tutti di crollare: «Non c’è nulla di straordinario in quello che abbiamo fatto. Abbiamo solo aiutato a studiare. Semmai, lo straordinario consiste nell’aver avuto il coraggio di non fermarsi mai. Non abbiamo avuto tante risorse. Abbiamo sempre creduto nella carità».

La facoltà più affollata di studenti stranieri è quella di Medicina, con circa 5.500 iscritti, poi vengono Lettere e Filosofia, Giurisprudenza, Ingegneria, Farmacia, Scienze matematiche e, per ultima, Economia. Gli studenti africani e asiatici, che sono la maggior parte, scelgono quasi tutti Medicina e Ingegneria. Gli europei, invece, quasi tutti Lettere e Filosofia. Alla fine degli anni ’50, quando l’enciclica di Pio XII Fidei donum indicò come aiuto allo sviluppo e alla decolonizzazione la preparazione di studenti del Terzo mondo, vi erano in Italia molte residenze per borsisti stranieri, collegi internazionali pubblici e privati. Uno dei primi fu quello del Cuamm (Centro universitario aspiranti medici missionari) della diocesi di Padova.


Il dicastero vaticano Propaganda fide incaricò allora don Remigio di fare una rilevazione statistica: «Ho visto una grande ricchezza, ma ho anche capito in fretta che ai governanti italiani non importava che questi studenti potessero diventare un potenziale, vero e assai serio, di sviluppo per i propri Paesi. E, forse, non interessava molto neppure alla Chiesa. Ci si è sempre preoccupati della cooperazione diretta. Abbiamo sempre voluto mandare i nostri. Le Organizzazioni non governative italiane non hanno mai voluto laureati del Terzo mondo, che potessero così avere occasioni per tornare. L’Italia non ha mai previsto borse di studio di rientro».

Fino all’inizio degli anni ’80, tuttavia, la situazione era migliore: moltissimi laureati tornavano in patria e diventavano professori universitari, funzionari dell’industria, insegnanti, esperti di questioni internazionali. Poi ciò è accaduto sempre di meno.

«Colpa della legge Martelli sull’immigrazione», spiega don Remigio. «Prima, l’obiettivo unico dello studente straniero era, appunto, di studiare. Con la legge gli si è dato il permesso di lavorare. Doveva inserirsi nella società italiana. È stato un grave errore. Negli ultimi dieci anni abbiamo lavorato per il loro fallimento: gli studenti vengono in Italia e cercano un’opportunità di lavoro, una qualsiasi. E finiscono spesso a lavare i vetri o a lavorare come colf. Quando critichiamo questa politica, ci accusano di essere retrogradi».

L’ultima legge sull’immigrazione riconosce allo studente straniero gli stessi diritti di quello italiano, ma lo considera ancora un immigrato, con gravissimi problemi dal punto di vista burocratico per gli extracomunitari. L’Ucsei si è battuta, durante la discussione della legge, perché venisse introdotta una norma che limitasse a tre anni, oltre la durata del corso di studio, i permessi di soggiorno: «Si rischiava di creare, non ponendo limiti, un’immagine negativa della qualità e del prestigio degli studi delle facoltà italiane», spiega Edgar Serrano, rappresentante dell’Ucsei nella Consulta nazionale per i problemi dell’immigrazione. «Un limite era sicuramente necessario, per richiamare lo studente straniero alla serietà e alla responsabilità verso lo studio».

Il principale problema resta quello del ritorno in patria degli studenti che hanno studiato in Italia. Ciò vale soprattutto per gli africani. I loro Governi non hanno denaro per gli stipendi. «Forse», osserva don Remigio, «dovremmo considerare anche le borse di studio di rientro come cooperazione allo sviluppo. Io non vorrei più ricevere lettere come questa: "Caro don Remigio, da due anni ormai sono tornato in Camerun. Ho fatto molte domande, ma nessuno ha soldi per pagarmi. Sono un po’ scoraggiato... I politici africani ci chiedono di tornare in patria, dopo la laurea. Ma quando ritorniamo, non c’è alcuna opportunità. Se le cose continuano così, rischio anche di dimenticare tutto quello che ho imparato. Forse tornerò da voi"».

«È brutto alla mia età», dice don Remigio, «vedere ponti che si spezzano».

in http://www.stpauls.it/fc00/0012fc/0012fc64.htm del 22.05.12